«Questo è l’ultimo viaggio»

Sono a Regensburg e il treno che mi deve portare a Hof è in ritardo di dieci minuti e quei dieci minuti potrebbero essere un problema, visto che a Hof avrò solo nove minuti per prendere la coincidenza successiva.

Il treno finalmente arriva ed è un treno difficile, difficilissimo. È affollato e tra la gente che sale e che scende in tutta fretta è il caos. E nel caos devo trovare il vagone delle biciclette, sperando che ci sia posto. Lo trovo, ma le carrozze sono come quelle degli intercity, con gli scalini da salire; tirar su la bici carica, in fretta e con altre persone dietro che spingono è un lavoraccio. La bici entra nel vagone, c’è posto. La fisso ai supporti e mi rilasso. Fa caldissimo e il vagone delle bici è l’ultimo in coda al treno: si possono vedere i binari che si allontanano. Le bici hanno occupato tutti i sedili, si resta in piedi ma finalmente partiamo.

Ci sono due persone che parlano: una sta cercando di far capire all’altra — in inglese — i dettagli riguardo al percorso che deve seguire e le coincidenze che deve prendere. La persona che sta cercando le informazioni è italiana e non capisce né parla una sola parola di inglese, né di tedesco. Continua a fare domande parlando in italiano, scandendo lentamente, gesticolando, sperando di farsi capire. È una persona anziana, con la pelle bruciata dal sole, l’ultima a salire a bordo.

“Che problema hai?”, chiedo. La persona — Franco — mi guarda allibito per qualche secondo, come cercando di realizzare se quello che ha sentito è davvero italiano oppure qualche altra lingua ancora.

“È che quando sono sceso dal treno prima, per la confusione ho perso il biglietto. Sono senza biglietto e non sono mica sicuro che devo fare. Le macchinette della biglietteria non le so usare. Devo andare in Polonia”, mi dice tutto di un fiato.

Io non ho ancora inquadrato il personaggio. “Ma sei in bici?”, gli chiedo.

“Certo che sono in bici, non ho mai preso un treno, io. Adesso devo andare in Polonia ma queste salite che ci sono qua, non ce la faccio mica. Ho problemi alle ginocchia, mi han messo le protesi”. Mi mostra i ginocchi, che sono visibilmente più grossi del normale e pieni di cicatrici.

Mi racconta un po’ la sua storia. Franco ha 77 anni ed è di Pavia. Ha sempre girato in bici, ovunque, per tutta Europa, partendo dall’Italia e poi andando a destra e a sinista, in alto e in basso, da decine d’anni.

“Due mesi fa mi son voluto togliere uno sfizio e sono andato a vedere la barca, quella incagliata, all’isola del Giglio. Ci ho messo due settimane, per andare e tornare; saranno più di 1000km”.

Le distanze per Franco sono un po’ approssimative, perché lui non usa il contachilometri, né l’orologio che quando si pedala non si deve essere distratti dalle misure. “Tanto mi oriento con il sole e quando sono stanco mi fermo”, dice. Intanto ha sempre a portata di mano la cartina, consumata e bucata dall’uso continuo. La apre, la legge, mi fa una domanda, la richiude e così via.

E poi mi racconta di quando è stato in Finlandia nel 2008 e di quando è stato a vedere il muro di Berlino nel 1988 e quando gli hanno rubato la bici in Cecoslovacchia nel ‘92; da quel giorno non ha più votato, perché l’ambasciata italiana lo aveva trattato malissimo.

Adesso sta andando in Polonia, non ho capito bene perché. Farà un bel pezzo di strada in treno — e questa cosa lo fa agitare tantissimo, che lui i treni li odia.

Ci salutiamo all’arrivo alla stazione di Hof. Lui prenderà un treno, io un altro. Mi ringrazia tantissimo, dandomi sempre del Voi. Dice che alla fine qualcuno che ti aiuta si trova sempre.

“Ma questo è l’ultimo viaggio; attacco la bicicletta al chiodo, che son vecchio”.

My specialties are software engineering, fintech and pointless random rants. I live in Berlin.